Chat e smartphone: il fenomeno dilaga tra i più giovani

smileLa digitalizzazione imperante ha ormai finito col coinvolgere in prima persona le nuove generazioni: sono sempre più i ragazzi che si collegano a Internet dal computer di casa o dal proprio smartphone con l’obiettivo di chattare in tutta libertà. Il fenomeno delle chat senza registrazione è dilagato così tanto che ormai quasi tutti gli adolescenti le utilizzano per poter comunicare con amici, parenti o semplici conoscenti: ma come è potuto accadere tutto ciò?

Al netto di considerazioni sociologiche e psicologiche, questo fenomeno ha conosciuto una forte impennata anche grazie al proliferare degli smartphone. Già, perchè i telefonini di nuova generazione permettono agli utenti di poter chattare 24 ore su 24, senza alcuna forma di limitazione e per di più indipendentemente dal luogo in cui l’utente si trova: tutte condizioni che invece non si ravvisano nel caso dei cari vecchi computer.

Una nuova indagine condotta dalla Società Italiana di Pediatria ha stabilito che ben 8 tredicenni su 10 fanno un regolare uso di WhatsApp col fine ultimo di scrivere al proprio interlocutore ma anche per condividere foto, video e status personali. E degli adolescenti più in generale, oltre 9 persone su 10 si connettono ad Internet tramite smartphone.

Le chat senza registrazione sono sicuramente molto utili sia per comunicare sia per coprire un po’ i momenti morti della giornata, ma se utilizzati senza alcun freno potrebbero diventare non proprio favorevoli in termini di crescita ottimale del ragazzo. Il genitore che volesse limitare l’utilizzo di questi servizi a suo figlio, però, non dovrebbe puntare sulla proibizione quanto invece sul dialogo e sull’ascolto: a confermarlo è Giovanni Corsello, Presidente della SIEP, secondo cui “i social network non vanno demonizzati, perché hanno anche aspetti di grande utilità e socializzazione. Il problema come sempre è l’abuso. La migrazione degli adolescenti dal computer al telefonino rende difficilissimo per i genitori rendersi conto del tempo effettivamente speso dai loro figli sui social”.

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